lunedì 30 marzo 2015

SCIAMI








    
 SCIAMI
Mario De Santis
               
    
   


LA NOTTE FUORI

                                                   ( a margine di: Christian Boltanski,
                                                               “Les abbonès du telèphone, 2000, installazione)



E’ nel muro di calce viva la telecamera che sgrana
volti e luci in cui rifletto e vivo, in cui sconfino:
è un panorama bianco di feste all’improvviso,
 di bar, di frenesia con la città d ‘estate
che si circonda di incendi periferici.
Le conseguenze mai capite di una vita
che si allontana, Come una fuga senza inseguitori,
sta nella pace dei ritratti  conservati negli archivi
di controllo: malcerti nello sguardo,
e senza febbre, pallidi,
lì durano per essere dimenticati e solo lì
noi siamo in quello che rimane.
Ed è’ su questo muro Illuminato che mi fermo,
stretto dal suo calore postumo, la sera.
Divento anch’io di fumo e d’ ombra moltiplicata,
un taglio di fotogrammi. Tutte queste vene scollegate,
come un museo di elenchi telefonici, la folla unita
in una mappa casuale 
che non trattiene un solo nome: 
i sogni pure sono lasciati al vago ormai
e se ascolto il mio, so che è l’assurdo mormorìo
che viene dal fondo della via, 
dalla porta appena schiusa 
dell ’uscita d’emergenza.











LA NOTTE DENTRO




                                                         ( a margine di : Steve Mc Queen *Western Deep (2002), video)



Per questa notte le notizie non ci sono.
Restano le serrature, le camere blindate,
l’orizzonte che si cancella con la luce.
volano via le automobili attraverso sciami
di uomini che non parlano nel buio;
lasciano sonno, carezze, incanto,
tamburi e una malìa:
precipita nel giorno la verticale di un sogno,
calare nel profondo con i minatori di Tautona
nel teatro di luce incenerita
e tutte le distanze appaiono ridicole, violate.
Sento la paranoia dei cani da ispezione
rompere la pelle alla città, farne l’ assedio
Oro nel cielo al rovescio
dove c’è spazio soltanto per i corpi;
e nel soprassalto senza fuga dell’arrivo in basso,
tutto si dimentica, scavare è tempo che frana nel cristallo
fino all’ora in cui dall’alto ci chiamano di nuovo
a fine turno: tornare indietro uscire che è già notte
la nostra luce è solo quella divorata
nell’ora d’ombra che non mi tiene sveglio
che più di tutte adoro.








SARAJEVO, SECOLO



    per Adriano Sofri  e Erri De Luca, testimoni                                        12 Ottobre 1992 -2012







1.

Per oggi aloni di ammazzati, rimasti ognuno
con la distanza scritta dentro gli occhi
disegnano misero l’oriente delle foreste nude
e i solchi ovunque in aria, a terra tra le fosse, terra
ormai superflua vista in cielo, solo sfondo tra le mani
dei colonnelli d’aeronautica; oggi soltanto piove fuoco
per oggi l’urto di pressione provocherà maltempo,
mentre la terra si ritrae
costretta nel mirino. di là c’è la fontana
ma il pericolo sarà la grandine di piombo, il fumo delle case.
C’è un uomo con la tanica e solo la sua corsa.
il bollettino è incerto, povero Bernacca,
ecco le tue correnti dei Balcani, nel gelo che si nega
sull’Europa, mio caro colonnello.
domani che sarà?
La febbre che si scioglie via dal corpo,
scossa di piuma soffiata, sciame di gocce immobili, 
domani che sarà domani, occhio di belva, che sarà,
questa mia vita che sarà? Nella provvista d’acqua
si annuncia solo un passo, mille formiche pazze
e solo una promessa di bersaglio, che sarà .








2.


Come nulla si vede guardando nei tombini
aperti, così cade la vista verso il vuoto,
fuori-campo; sulla cartina Sarajevo è già l’oriente
muto, ma l’emergenza ha invece un suono,
del mondo-shock e inciso obliquo ha tutto
il farfallìo di piccoli bracieri, la fede in nulla
che sia lontano dalla strada e a questo brivido
si arrende; e nella piazza vuota al cielo
lo sguardo asciutto, lontano dai suoi liquidi, dal corpo,
dalle geminazioni e già-marcite
provviste quotidiane, il tempo è solo orario
e va da un’alba all’altra, uguale.
Guardo luci a intervalli e penso al viaggio
quello migliore, quello di sola andata
ma dalla fontana stavolta si ritorna.


















MILANO, SECOLO




1.

Quasi a quest’ora tutti i giorni
il sogno di Milano si fa smalto
atroce ed isolato. Qui l’acqua era la forma
del futuro annunciato e irripetibile;
e ancora, tuttavia, c’è un salto più assoluto
nei vuoti formati tra file di piccioni
inermi e neri: tra loro spettri degli assenti
ad armare quadrilateri, fortezze in polvere
dissoluzioni ostili. E la piazza così muore perfetta
piena ed invisibile, col sangue a trattenere un nome.
Tra lo squilibrio del coma e il grembo nasce adorazione
per chi non sarà mai. Resta quest’ora presente,
un sentenza che somma le pozze della pioggia
a gemme d’ansia. Qui prende forma la patria
che ha solo presente e non sarà
che questo vago orientamento. Da qui, nessuno
dopo noi, da qui la nostra corsa salta l’ ombra,
si chiude ogni immediata lievità.
la storia diventa in un istante dubbio
e qui si vedono di noi
quei volti di vertigine, aperti all’ aria opaca
che non avranno somiglianze.





2.


La distanza tra me e una coppia di cinesi
è la minima innocenza che adesso chiede il mondo.
Loro che hanno fame di abitare
io invece mi perdo nella sosta, la pausa della noia.
Loro chiudono in corpo un amore senza accordi
ma con passi di precisione studiano le mappe
invece io sono immondo e illusionista
dimentico dell’afasia, dei giorni che mi aspetto;
loro al telefono cercando un posto dove stare;
ed io, che sarò quello che perdo il mio, sto via dalla mia vista.


                                                                                                  ( Milano, piazza Gramsci )







3.


Faccio la somma dei tuoi volti
che ho visto e che saranno;
immagino la crudeltà delle tue rughe
il punto viola che si scolla come un’ombra
da me. Prima di entrare con il treno
nell’acqua che cade su Milano,
dentro la pianura il sole era terribile
piatto e disposto alla sua morte
perfetta per una luce che viene da terra.
Non conoscevo ancora il tuo respiro
nella notte, così nell’ acqua
piovana sta musica che invade
il peso del mio corpo che cede nel tuo odore.
Voglio che il cielo resti la divisione
tra noi infinita, mentre cammino oltre Bovisa,
fermo all’angolo di un muro qui dove sono cade
quel niente che ritorna, passi segreti
quelli che mi riportano da te,
un vago oriente: per sempre tutto mi dividerà
da tutto, adesso,
perché nel momento che ho saputo
ho smesso di sapere.





















                                            già pubblicato per le edizioni d'arte 
                                         di Tiziana Cera Rosco
                                                  cuoreinverso          
                                             settimo titolo     
                 finito di stampare nella sera del 22 gennaio 2014
                                                       
                                                  

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