mercoledì 14 ottobre 2015

GILDA POLICASTRO " Cella" (Marsilio)

Arriva terzo   –dopo “Il farmaco”  e  “ Sotto” -  il nuovo romanzo di Gilda Policastro,  “Cella”  (Marsilio) a chiudere un trittico della sottomissione, della reclusione, della dipendenza, dell’anti-cura. Della non-libertà.
Va detto subito, è un romanzo di una certa complessità, che tuttavia più felicemente degli altri due riesce a tenere in tensione stilistica i tanti riferimenti anche critici che vengono anche esplicitamente tematizzati nel corpo del testo.
"Cella"
Una donna ripercorre dall' autoreclusione di depressa in cui vive, la sua storia: ha quasi  quarant’anni, ancora bella, ragazza per certi standard di oggi, in realtà lei teme con orrore l'invecchiamento, il deperimento, la morte, La fine della vita per come l'ha vissuta, in una tensione erotica e di crescita, presto interrotta.
Ha una figlia all’università e rivede i primi giorni in cui si muoveva nel mondo, bellissima adolescente di provincia figlia di una famiglia che all ’improvviso s’era ritrovata in ristrettezze.  Segretaria da un dentista, diventa per la sua bellezza oggetto di desiderio morboso del professionista e alle cui avances non si oppone – né la madre si oppone ai regali sempre più costosi di lui,  mai chiedendosi da dove venissero. Distante il padre.  E’ attraverso il lavoro che conosce Giovanni medico stimato,  e dongivanni, attivo in  politica che ne fa preda della sua notoria bulimia sessuale  e anche a questo ardore lei si adatta, perché aspira ad un’altra vita. Dopo qualche tempo di spregiudicatezza sessuale, viaggi, bella  vita, la ragazza rimane incinta di Elena e qui finisce il suo ruolo di amante. Giovanni se ne va, l’abbandona, ovviamente per l'ennesima "altra" e  la donna viene relegata con al figlia piccola in casa, anche se non le farà mancare nulla - e  sparisce, perché ha dei guai con la giustizia. . LA donna  entra in depressione,  forse era da sempre latente come latente un’ombra o una ferita. 

Qui inizia il vero romanzo di Policastro, da quando questa donna si rintana nella  sua voce, accogliendole tutte: i ricordi, le parole scambiate, gli incontri,il sapere dei gli uomini (medico, Professore, Psicologo) i libri che lor0 le danno e che restano a metà, le parole ascoltate,  i dialoghi con la figlia .  LE parole di uno psicologo e Professore che tuttavia la guida in una dimensione del sesso e del desiderio di sottomissione, estrema appartenenza, ossessività ancora più intensa.
Col tempo  la casa diventa una sfera di straniamento tra madre e figlia, nella scena compare Dario, fratellastro di Elena, che Giovanni ha avuto precedentemente. “cella” è il soprannome che le danno, perché la donna non esce mai. LA grande casa  viene in parte  usata per affitti di vacanza. Sarà l’arrivo inaspettato di una donna, per un breve soggiorno e che si rivelerà una terrorista, che agiva agli inizi degli anni 80, quando Cella e Giovanni si erano appena conosciuti a  rivelare attraverso un diario che lascia volutamente nella  casa, perché il medico aveva guai giudiziari. La depressone continua, la storia va verso una ricomposizione, ma non verso una cura, non verso una redenzione .Va verso un finale che rivela una narratrice raffinata che sa giocare con tutti i registri retorici della l narrazione, portando all’acuto la dimensione di naturalismo psicologico ma al tempo stesso architettando il suo disvelamento come teatro di un linguaggio, lasciando spiazzato il lettore, come un complice di inautentico.

"Cella" è il libro, cella è la stessa scrittura mai agita tuttavia dalla donna ,che solo  pensa e parla (con sé? A chi?). Rimugina. Cella  è nel suo eremo, prigione, corpo -    il suo stesso corpo così desiderato -  e racconta di sé, agisce la sua depressione.  La mette in gioco (act o play)  come fosse un’attrice nel suo monologo un’entità de-soggettivizzata nel suo delirio. Le premesse del personaggio ci dicono che è una ragazza che non ha studiato, che ha solo in dote il suo corpo, il duo desiderio di un’altra vita, che  sente un’energia erotica primaria e animale che è anche una spinta a progredire.   Del medico ama  subito  “l’ardore” ,  la loro sessualità vorace e fuori dagli schemi verso cui la guidava Giovanni: “Io accettavo tutto, perché era nuovo e perché non avrei saputo come sottrarmi” . Cella dice il  “sì sacro” di Nietzsche, di una adesione al mondo, rigettando la finzione della libertà e del volere.   Cella si abbandona a lui e al suo stesso desiderio vorace di sesso, perché non vuole a sua volta essere abbandonata . E’  un suo “attaccamento alla bestia che vuole tornare a casa.. per paura di non trovare un altro padrone”.  Il medico la spingerà nello studio – e anche nelle braccia – di un professore che oltre a coinvolgerà in altre pratiche sessuali estreme,  le trasmette dei codici di interpretazione, e Cella - oscilla continuamente tra sapere e non volere.

Quel che succede in un romanzo in cui non succede nulla , è il pensiero.  E poi l'abbandono dello stesso  pensiero.  E’ l’accadere di una coscienza che si forma, inglobando le voci di chi sta intorno, partendo da un vuoto ma non diventando un “soggetto” bensi   lasciando l'indeterminatezza, lasciando un'apertura senza centro, una polimorfa. 
 E’ forse del resto questa la  forma di una nostra medesima coscienza, immersa in un fluxus di discorsi dietro i quali raramente riusciamo a cattura  senso e punti fermi.

per certi aspetti la storia sembra  essere mossa passivamente da un centro: Cella ed Elena aspettano il ritorno  del Padre-uomo. Cella cerca un rispecchiamento nella psicoanalisi. poi, unico colpo di scena romanzesco , la terrorista - che  in cella ci è stata davvero  -   lascia un diario scritto a specchio di quello che Cella non scriverà mai (forse). Ma comunque   
Cella pensa e parla,  conquista la sua “autonomia discorsiva” come le dice lo psicologo   – anche se sparsi dettagli lasceranno indizi di un  dispositivo narrativo  e di meta-narrazione   (  la figlia che le dice che  potrebbe “scrivere romanzi” perché “passa le ore “a rimuginare su  particolari insignificanti” e d ecco la  spia  dell’essere lei  pure Elena, la figlia, un personaggio   “da romanzo).   
Policastro tuttavia non lascia mai libero il lettore, lo disorienta, rende Cella donna
 sempre più consapevole, ma al tempo stesso introduce il sospetto che qualcosa non torna.     Di fatto, per certi  aspetti, “Cella”  fino alla  terzultima  pagina sembra porterebbe   i lettori  ad  abbandonarsi  al romanzo monologante di identificazione psicologica naturalista.  Al sottosuolo. All’800..  Ma non è come sembra. Del resto neppure il romanzo dell’800 era come sembrava.

"Cella" è romanzo,  150 pagine o poco più,   lineari e magmatiche al tempo stesso. La voce come la mente procede, si evolve:  questa donna che non ha mai finito un libro in vita sua,  assorbe il linguaggio analitico degli uomini che la circondano.  Loro vogliono scoparsela, lei ne usurpa la voce. Le voci.   Così anche il confronto con la figlia, quello con Dario che  finisce per essere suo Ippolito e lei Fedra, riproducendo il sesso che faceva col padre, tutto  è mettere in opera i saperi: Cella è affamata, ha una tenace volontà di sapere di sé.   E’ una Bovary abbandonata da Flaubert, che riesce ad avere i pensieri di Flaubert senza aver mai letto nessuno dei suoi romanzi, senza scriverli. Come se la conoscenza le fosse passata attraverso il sesso con lo scrittore che avrebbe potuto scriverlo, il romanzo su di lei. Cella lo sa. Per una sorta di inveramento vaginale.  Cella il romanzo che si potrebbe scrivere su si le, lo sa già e lo pensa . il corpo della sua scrittura è lei medesima. 

In che modo corpo, scrittura e desiderio stanno assieme: è uno dei triangoli più instabili del 900, della letteratura, della filosofia e della critica di un secolo che ancora si riverbera su noi. Cella - e forse  Policastro - tentano una mossa del cavallo.    “Cella” opera sul versante dello svuotamento e del riempimento di parole quel che in apparenza tutta una controcultura filosofica  poneva come primario: il corpo.   Se il corpo è così importante, allora Cella lo sa già da prima di Lacan, deleuze, barthes –  tutti uomini.   

Lo sa già a partire  da questa brutalità che mette in scena.    Questo potrebbe spiegare questa qualità enigmatica dell’abbandono di Cella al suo destino sessuale fino a dire “avrei potuto fare la puttana”. In realtà è l’abbandono al sapere ultimo, anche esso sapere diretto:  “io mi sono abbandonata al flusso del tempo”. La morte rende tutto passivo, inutile – la libertà della non volontà sta in questo nodo oscuro. l verità della vita (l'eros ne è su componente centrale)   è la verità della morte.   Quindi abbandona il mondo che già ti ha abbandonato, gettandoti in esso con la nascita.  (Gilda Policastro è interprete di Leopardi)

 LA vita di Cella sarà in crescendo di vissuto, di impotenza e di consapevolezza . Lo farà attraverso  Giovanni che scala la politica e lo farà attraverso il professore che le professore che come Giovanni ma in modo più brutale la ingaggia in “scene” di BSDM, rendendola consapevole che “non esiste la perversione, ma solo il desiderio”. Cella è intrappolata nel potere degli uomini: possesso, umiliazione, abbandono. Eppure lo usa, perchè quel potere la rimette a contatto con ciò ciò che sta prima di un linguaggio o fuori da esso, il corpo appunto. Il corpo che già sa. Il si, l'abbandono, il consegnarsi volontariamente senza volere è un modo di disinnescare il potere. 


Attraverso la guida del Professore, proprio come aveva fatto Giovani cresce in lei una forma di parole per dire sè stessa: ma serve a qualcosa? non c'è    senza riscatto, qui sta la forza, il punto di tensione del romanzo: Cella da Bovary si trasforma in Belaqua che sa che stando fermi  "è sedendo e riposando che l’anima diventa saggia". 
Anche il sesso è un modo di stare fermi, cosi come la malattia, stesi. O la depressione, l’accidia. Come in una comunicazione con ciò che tragicamente siamo, da sempre.
Il corpo interpreta il nulla.  Nelle pratiche BDSM Cella trova il contatto col suo sé, la sua forma o meglio: la forma rappresentata di un'appartenenza che altrimenti non è data, esistendo ne siamo stati gettavi via. "quando non ero legata non avevo forma". Ma una forma che non ha mai voluto, oltre che non ha mai avuto. Cella sta ferma qui.

 Invece i figli , distante  il  padre (la citazione di Milo De Angelis , dice uno dei punti centrali del libro, la distanza è un potere)  continuano a fare la cosa più sbagliata: inseguirlo.  Inseguire una somiglianza, inseguire un compimento, una teleologia, un 'eredità, una redenzione, un futuro.


 Chiave di volta  è la parola ricostruzione.  Cella ricostruisce la sua cella originaria. Da una lato pensa e mastica linguaggio, letteratura, psicologia, filosofia. Prende la parola. Sta già ricostruendo la vicenda, come le propone di fare anche Dario, con un libro (spia meta)  che si sente defraudato da questo padre  che non lo considera e   che vorrebbe scrivere un romanzo per ricomporre ad unità quel che lo ognuno segregato nella sua monade ha vissuto solo parzialmente. In realtà Cella, ovvero:  la sua voce nel romanzo di Policastro,  lo ha fatto fino a questo punto. Poi in qualche modo si abbandona , questo linguaggio viene abbandonato,  perché non porta nulla , non porta ad una soluzione,  ad una cura.  Svuotato, dunque abbandonato. Lo ha  già fatto con la sua vita Cella, da un lato. Lo farà il narratore dall'altro, nelle ultime due pagine.   

 Tutto il procedimento di Policastro, nello smontare la compattezza “ottocentesca” della  voce potente del personaggio  Cella  e della sua depressione e angoscia bianca, che provenite  dal sottosuolo,  ma poi con un novecentesco, di incastri temporali cubisti,  che si sommano alle  sovrapposizioni di codici interpretativi, di metareferenzialità al quadrato, divengono di fatto prima  ricostruzione, poi abbandono.  Dario ed Elena escono di scena sbattendo la porta, inseguire ricostruire, la loro ossessione.  Ma cosa, perché fare letteratura su una cosa che non è più afferrabile? Invece resta Cella, ad accettare, assecondare l'esistente, ciò che è., abbandonarsi ad esso. LA chiave di volta si gioca qui: abbandonare le cose del mondo come fa Cella, per aprirsi ad un mistero  oppure in questo abbandono vediamo l’accettare  di essere un  ‘esistenza  singolare e abbandonata  da ogni idea  di unicità, che sarà sempre illusoria, come  un fantasma è il padre, che sarà sempre confinato nella sua distanza. Abbandonarsi , restare esposto al mondo  alla sua  pluralità  divenire tale del singolo assoluto:  è questa dunque la libertà?  Non volerla ?

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