mercoledì 24 febbraio 2016

ALESSANDRO BERTANTE "GLI ULTIMI RAGAZZI DEL SECOLO" (GIUNTI)

Di questo libro, che parla ad una generazione che è anche la mia, nato nel 1964,  mi vengono in mente parecchie cose. Recensirlo è anche il modo di fare i conti con un certo pensiero tra malinconia e memoria combattiva che questo secolo ci ha lasciato tra le mani. Mi prendo un po' di spazio.
il romanzo si snoda fondamentalemnte  tra la milano degli ani 70 e soprattutto 80 nel racconto della formazione di un ragazzo di quel tempo, e un viaggio nel 1996, durante una vacanza di Bertante e un suo amico in Croazia, al mare, pacificati, verso Sarajevo, città simbolo del secolo delle guerre e della fine secolo.

Una costruzione di quadro e istantanee, un senso memoriale e postmoderno insieme del narrare.
Partiamo da un dettaglio, ma significativo. C’è un esercizio che fa Alessandro Bertante, protagonista e narratore in prima persona del romanzo scritto da Alessandro Bertante (“Gli ultimi ragazzi del secolo”, Giunti) nelle prime pagine del libro:  dare il senso di un’epoca nominando le cose, gli oggetti che l’hanno caratterizzata. E’ qualcosa che spessi si fa, come la fece Fabio Fazio in Tv per gli anni 70, oppure come spesso si vedono circolare su facebook certe liste di oggetti che servono a cementare un’appartenenza. Il motivo è dichiarato “non esiste nulla di più inaffidabile della memoria”. Le cose tuttavia non sono esattamente tali e proprio questo esercizio di nostalgia degli oggetti nato in quel decennio “paradossale” segnala altro, che chi è cresciuto negli 80, nato nel 1969 come Bertante, nella sua maturazione identitaria di adolescente gli oggetti, le cose smettono di essere, conteranno solo i loro nomi.

Quel decennio fu l’esplosione dei brand,  delle marche. Delle Griffe, ovvero secondi nomi che spesso si sovrapponevano se non sostituivano all’oggetto, ne era no il simulacro. Un nome, ma solo quello contava, non l’oggetto che denotava ( Non si indossava  il “piumino d’oca” ma il “moncler”) . Allo stesso tempo il filosofo noto per il “Trattato di semiotica “ del 1975 nel giro di pochi anni compie una svolta clamorosa: dà respiro ad un romanzo, in cui mette in scena romanzesca certe idee,ma forse  era di fatto una deposizione delle armi della filosofia del linguaggio, a favore della  “narrazione”  – quel “Nome della rosa” di Umberto Eco che ci ha appena salutato, congedandosi da quel mondo postmoderno che aveva in parte contribuito ad inaugurare e a decodificare, e nel contempo essendo attore principale ( mi viene in mete che una delle attività più richieste ai pubblicitari oggi dai grandi marchi, dai brand è “creare appunto uno storytelling del nome, del marchio, la sua intepretazione narrativa).

La mutazione antropologica che vive Alessandro Bertante  è quella di chi è cresciuto nella Milano degli anni 70, vissuti nel riflesso  di genitori prima militanti politici e poi piccoli borghesi, è poi approdato in un’università post-politica, come post-storico era il suo stesso mondo – avere vent’anni nel 1989 e non permettere a nessuno di dire che era la più bella epoca storica per avere vent’anni – e ha più di tutto partecipato come “corpo sociale” alla trasformazione biopolitica di un esistenza metropolitana di progressiva desertificazione delle identità, ma che pure era il culmine di un progresso per le stesse masse finalmente con diritti e opportunità, partecipando alla ricchezza collettiva  “Gli anni ottanta rappresentano l’ultima vera espressione identitaria dell’Occidente pacificato e vittorioso, l’orgogliosa rivendicazione di un primato politico e culturale”. La storia che aveva impiegato tre secoli per arrivare al punto di massima ricchezza possibile per la maggior parte delle persone  possibili con il massimo del progresso tecnologico e scientifico possibile, tutto in Occidente. Dentro questo enorme progresso collettivo però i singoli ragazzi che ci crescevano dentro, stavano incazzati come pochi, forse poi nel modO più imbruttito possibile, perché sapevano senza averne coscienza di essere proprio gli ultimi.

“Ci hanno raccontato una storia senza lieto fine, perché il lieto fine saremmo dovuti essere noi, i loro figli” Non è rimasto niente di cui essere fieri” scrive ad un certo punto, 

Per questo la risposta fu individualista, dal punto di vista politico e culturale,  ma sottotraccia fu un’estrema solitudine  (un “aristocratico della solitudine” l’adolescente Bertante che attraversa la città di notte) , e in chi stava fuori dal gran ballo dell’egotismo anni 80, pur stando a due passi, in periferia, l’individuslismo significava affrontare la vita “a muso duro / un guerriero senza patria e senza spada / con un piede nel passato / e lo sguardo dritto e aperto nel futuro. “ come cantava Bertoli ad apertura del decennio. E resistenza era guerriglia, teppismo, piccoli gruppi,  centri sociali, underground, una sopravvivenza e una sotto-vivenza. E in isolamento  nella periferia o nella suburbia di quel centro splendente che era la Milano da bere – Ogni ragazzino metropolitano si è identificato con la tristezza di Jimmy Sommerville in  “Small town boy “.

Tutto ciò nel libro, nella storia narrata in modo apertamente autobiografico da Bertante,  non poteva che approdare fisicamente – è il segmento di avventura romanzesca centrale – nel luogo che tutto ciò ha rappresentato per  un secolo, per molteplici simbolismi: Sarajevo.
La città in cui il 900 s’è incendiato con l’attentato che portò alla prima guerra mondiale e all’ingresso delle masse nella Storia, la città in cui precipitò l’Europa alla fine del secolo e dopo decenni di pseudo-pace post ideologica, diventando di nuovo guerra. Il secolo che vedeva l’uscita dal 900 delle masse, delle identità sociali e accompagnandoci in un tempo storico di percezioni singolari, virtuali, quella solitudine dentro la storia, quall che va da chi assiste ad una guerra dal salotto di casa, fino a chi nella solitudine di una tastiera si trasforma nell’unabomber di parole di odio, sui social…

 L’autobiografia di Bertante qui non è autofiction ma una decisa narrazione memoriale che cerca difarsi storia comune,  che non cerca ambiguità, ma cerca la cronaca, tiene il passo di quell’epoca in cui di fatto si è vista la fine delle grandi narrazioni diacroniche, per un appiattimento del presente.
Così Bertante scrittore recupera anche toni e forza ritmica della sintassi, costruzione di scene, velocità di un suo stile  per tentare un’operazione che direi riuscita: riportarci al passato, ma attraverso una narrazione materica, diretta, di forte impulso “epico”  ce la fa rivivere così come chi l’ha vissuta la ricorda – e chi no la può sperimentare – con un tratto caratteristico che aveva la medesima elettrica battente cadenza, ma che era di segno opposto, ed era il ritmo del presente nel ritomo delle news del flusso CNN che fa narrazione e dramma "live" della storia.

Percepire il presente e raccontarlo in presa diretta.Con questo si confrota oggi uno scrittore. come inseguire quel ritmo, quella percezione.
Ed è significativo che quella  generazione (di Bertante soprattutto) ci si sia formata dentro.

  Bertante con la scrittura arriva ad un effetto simile ma col contrario: Sembra che faccia la cronaca, la radiocronaca di un suo vissuto, in simultanea, ti ci trasporta anche per forza visiva, irruenza nervosa del lessico e della sintassi,  ma sta in realtà narrando un addio, se non un’elegia,  un’epica ma con distacco. Un secolo che per certi aspetti quasi pare leggenda.

Un secolo del conflitto che si chiude con una guerra, ma pure con un decennio in cui tuti i conflitti che l’avevano attraversato anche felicemente, progressivamente, diventa il decennio del “ripensamento” come lo chiama Bertante, preferendo questo termine a “riflusso”. Una generazione di isolati, senza più un nemico. Un decennio che sfarina via e che Bertante raccoglie nel suo sfarfallare di istantanee belle, vive, concrete, che restituiscono “l’energia in movimento “ di un weekend postmoderno come lo raccontò Tondelli, ma che non poteva non essere anche una “dorata illusione”: la conferma di esistenza al mondo l’avrebbe data lo specchio della Tv, unico collante sociale: libertà è partecipazione al consumo.

Aldo Nove lo raccontò in quasi presa diretta con Woobinda, oggi Bertante lo ripensa, quell’affollato supermercato fatto di gag e fastfood, già nostalgico nel suo proporsi con l’estetica “revival” anni 50 del “Drive-In” televisivo. Già rivolto all’indietro, perché una cosa era chiara in quegli 80. L’assenza di orizzonte. Che per qualcuno fu tentativo di un “altrove” dell’eroina. Oppure coprirlo con il “dark” dei Joy Division.
Chiusi in uno spazio asfissiante di solo consumo e nessun alternativa. Ci circondava un’aura negativa come il contorno viola della sagoma del malato di AIDS della pubblicità con la musica della Anderson. E nessun crollo di muro cambiò la situazione, ampliò solo lo spazio della cella in cui eravamo rinchiuso. Costretti in un fortino con il senso di assedio, ma senza nemico che assedia. (Il deserto dei tartari di Buzzati che si fa verità).

Se senso  di assedio da warriors metropolitani era, tanto valeva andare verso un assedio vero. questo fanno i due amici, in pantaloncini e ciabatte, in quell'estatedel 96.
Quell’andare verso oriente, nell’altrove di una terra squarciata dalla  battaglia per certi aspetti era sentire il fascino di un’epica e del tamburo battente della Storia che attraversa un territorio. Là dove il 900 muore, forse pure il 900 è ancora vivo, nella morte e nelle ferite. Questi due “ultimi ragazzi del secolo”, Alessandro e il suo amico, decidono così di rompere la  cortina di ovatta che attutiva tutto in un flusso “live” ma da salotto tv della storia e decidono di fare qualcosa di antico: andare a vedere, testimoniare cosa è Sarajevo, la cosa che “sta prima” del suo nome, del suo simulacro, alla  faccia di Baudrillard, ” la sua immagine tv, per non lasciare che solo quella “nuda” immagine come le “nomina nuda” del motto medioevale trascritto a inizio anni 80 da Eco.

Vedere le cose, non solo le immagini, per poi depositarle in parole. Fosse anche – quel sottrarsi all’ inesperienza che ci stava caratterizzando – dal 89 ma soprattutto da quei filamenti verdi del bombardamento di Baghadad del 91 che visto in tv,  somigliò nel cervello di molti ai bastoncelli verdi con cui si sparava nei video game di “Space Invaders” con cui quella  generazioni aveva giocato 12-14 anni prima. Toccare le cose,  fosse anche da turisti sciabattanti e per solo due giorni, in Panda.

Salvo scoprire che in Bosnia non c’era l’epica, l’onore, i valori, ma era esattamente come nel resto dell’Europa e dell’Occidente – e da lì a poco in tutto il mondo dalla Cina ,all’India, al mondo islamico. Era tutto un teatro (”teatro di guerra”) uno “specchietto per le allodole” dichi vi voleva credere, la realtà erano i soldi “Rimangono solo i soldi, tantissimi soldi” – è solo questo a muovere la falsa pace, come anche il teatro di guerra.

“Questi sono i Balcani qua ancora vivono le leggende della nostra storia”. In un certo senso lo scrittore del “Al Diavul “ e di “Nina dei lupi “ cercava a Sarajevo la leggenda, ma di fatto trova la cronaca bieca dell’affarismo – pur trovando umanità, tra vittime e volontari. Una volta Roland Barthes scrisse della differenza tra lo storico e il romanziere: lo storico sorvola in mongolfiera la paesaggio della storia, il romanziere la attraversa a piedi o cavallo. Così noi vediamo questa lunga passeggiata metropolitana tra Milano  e Sarajevo di questo giovane in cerca di leggenda e che approderà al finisterre che avrebbe da lì a poco inaugurato un’altra epoca: quella dell’economia globale dei destini individuali che non ci sono più.

Resta al narratore far sentire però l’odore della storia e la sua puzza e Bertante ci riesce molto bene. E’ una scrittura a volte da “inviato speciale” nella memoria, che per questo mi sembra legata a quel decennio in cui per noi fu assorbire la realtà dal “flusso” della CNN (“inarrestabile flusso”). Il palinsesto della storia si compone nella sequenza costruita dei capitoli della narrazione (qui la letteratura si mostra, rispetto al semplice memoriale) per un Bertante che come tutti noi ha salutato il decennio degli 80 con Mario Pastore e l’ha vissuto molto attraverso la Tv – e la TV poi si sarebbe fatta realtà, con Berlusconi, la TV sarebbe scesa in campo  

Nel palinsesto del racconto di Bertante tutti i segmenti si sovrappongono  (le vacanze con il pulmino wolkswagen, la politica anni 70, le stragi, la scuola, le case di Milano, la musica e il punk, le controculture, il paesaggio metropolitano, la piccola borghesia, la televisione vista ecc. la sequenza delle tessere costruisce il narrato ) Come Schifano – non a caso l’artista emblema del periodo, che in quegli anni inseguiva in una sua disperata rincorsa di fermo immagine le istantanea del suo televisore perennemente acceso - Bertante allinea le sue polaroid, che a sua volta fotografano il periodo e infine le rimanipola linguisticamente – con accenti particolarmente  riusciti nella passeggiata di attraversamento della città, nelle scene in cui le risse o la durezza del contatto urbano, le botte, la violenza, si acuiscono – e non a caso li torna il presente indicativo come tempo verbale, il passo è il presente, ma pure restituisce non anni formidabili, ma l senso di una generazione che si stava sciogliendo, diluita nell’anonimato, invisibile e mentre cammina diciassettenne del 1986 sa che “questi anni già dimenticati dureranno per sempre”. 

“del mondo che mi ero lasciato alle spalle non mi importava più nulla, dell’eredità storia ancora meno, ogni retorica si mostrava  caduca … che niente finisse era ormai un dettaglio marginale, melanconia, gioia e tracotanza si mischiavano nel tumulto dei giorni cavalcati senza rete, fra le crepe della storia si stava forse aprendo un passaggio, negando la menzogna della sua fine, e noi, inconsapevoli e fragillissimi, pensavamo di essere pronti al futuro.”


Dimenticare, ultima possibilità di farci ricordare nella storia

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