lunedì 21 marzo 2016

NICOLA GARDINI "La vita non vissuta" (Feltrinelli)

Nella sua storia di autore di romanzi, Nicola Gardini ha spesso fatto della questione del linguaggio. forse meglio, detto in modo semplice, diretto,  delle parole, un elemento di snodo concettuale, come della loro pregnanza nella vita. Poeta – con i versi inizia la sua storia di autore – romanziere, docente a Oxford di letteratura  , traduttore, Gardini ha fatto del suo continuo lavoro sulle parole anche un luogo di snodo di esperienze ed elemento chiave attraverso cui passano le sue storie.
A parte le sue prove poetiche  e quelle da traduttore (ultime per Ladolfi la raccolta “Stamattina” e l’antologia di “Tradurre è un bacio”) ad esempio  in due suoi romanzi precedenti, centrale nell’evoluzione della malattia del padre ne “Lo sconosciuto”  il  disfacimento linguistico del padre, accudito nella sua fase terminale della malattia dell’Alzhaimer, e quello sul “Le parole perdute di amelli Lyndt “ compilatrice di dizionari e maestra di vita e letture .

Anche questo ultimo “La vita non vissuta” (Feltrinelli)   è intessuto di parole, scavate tra esattezza e nouances, e da subito protagoniste fin dall’incipit, con la radice della parole latina “Virus”. La storia è infatti segnata dal Virus. E' quella di  Valerio,  un uomo di lettere (scrvie, insegna latino in un collegio americano), ha poco più di quarant'anni, una moglie, una figlia, 
la quiete passiva di un’ esistenza di marito e padre : una vita di fatto non vissuta a pieno. Lo sarà, quando Valerio riscoprirà la sua più intima radice del vero amare, custodita dall’adolescenza in una prima sfolgorante passione per un compagno di scuola. Ma il vero oggetto del romanzo è il passo successivo e pure collegato alla relazione di coppia (l’amore non è anche un contagio? Una malattia, per lo meno in una certa tradizione romantica) , ovvero la malattia.
 “La vita non vissuta” racconta infatti del confronto tra Valerio e la condizione di sieropositività che scoprirà poco tempo dopo la riscoperta dell’amore, con Paolo, giovane pittore che lo riama, ma che pure avrà la disavventura inconsapevole di contagiarlo. Valerio dovrà così fare i conti con una battaglia con il proprio corpo e con un “Avversario” invisibile e subdolo, che non è solo il virus  -  in anni in cui era ancora difficile la cura e il rischio – ma diventa l’identità mutante di Valerio stesso.
Alla notizia della malattia lo spettro della morte invade tutto lo spazio del vissuto, cose e parole, Valerio è costretto a diventare filologo di una malattia, capirne i sintomi, sapere le evoluzioni, le cure, attraverso le definizioni esatte dei sintomi, la precisione dei farmaci e della chimica. 

All’interrogazione continua, al vissuto drammatico e raccontato anche in tutta la sua banale deriva di degenerazione fisica (la banalità del malanno) sarà però opposta anche un’immediata e ansiosa voglia di vivere cose: e così la risposta di Paolo e Valerio saranno  viaggi, esperienze, amicizie cercate proprio a partire da quella condizione, quasi una rincorsa di una vita che potrebbe sfuggire da una momento all’altro. “Quante cose desideravo fare e quante di queste non le avevo ancora fatte per nulla o le avevo fatte solo in parte o male, o avevo smesso completamente di farle?” si chiede  Valerio. La vita non vissuta reclama. Eppure questa fame di vita, è anche desiderio di comprensione e di non lasciarsi sopraffare dal sentimento del tragico. inltre, Benché sia una storia cui la morte e l’amore sono sullo sfondo (l'uomo che ami e chie ti ama, ti contagia: che fare?)  questa non è una storia che prende una via  di neo-romanticismo. Tanto quanto c'è il rifiuto di arrendersi all'idea di malattia condizionante e assoluta, così l’amore per Valerio e Paolo cerca di sottrarsi a pulsioni e patologie dell'ego, come si è pensato per secoli, da Cavalcanti a Freud. Nel procedere di un monologare continuo interiore, che si trasforma in una presenza di  continue frasi interrogative – che quasi rallentano la storia, il fluire della narrazione, Valerio ppone la lucidità del pensiero all'eplosione delle emozioni.
Non per rifiutarle, ma per rivoluzionarne il senso. E in un passo che segna una svolta, con una sorta di illuminazione , Valerio si rende conto , un giorno,  sì, di essere un malato,  mentre è in una sala d'aspetto,  assieme a tanti altri malati come lui, ma si si accorge che il suo limite interiore è la vera malattia: quel limite è l'accentramento individuale sull'Io. Inseguiamo un affermazione di noi, il piacere, la realizzazione, il benessere. tutto molto legittimo, ma subdolamente è sempre l'Io al centro del nostro agire. E un malato, per via negativa è ancora più individualista e narciso. Nache chi pensa di "fare analisi" alla  fine è accentrato su di sé. 

Valerio invece comprende che bisogna scartare di lato o di fronte, verso l’ Altro : “basta con questa mania di distinguermi, basta con la fatica di avere un nome, un volto” . Cancellare l'io per cancellare l’egoismo e il narcisismo e  anche quando siamo malati, dice nel suo flusso contino di  voce narrante e meditativa Valerio, cerchiamo le ragioni nell’anima. In realtà è il corpo malato ed è la malattia del corpo che muta una coscienza o un ‘anima, non viceversa. E smettere con il continuo individuarsi ha un risvolto anche nella responsablità verso l’altro –  come dirà Valerio più volte all’amico anch’egli sieropositivo e che per la prima volta sente di essersi innamorato ma non ha il coraggio di dirlo all’uomo che ama. La malattia ha questo di buono invece:  sradica l’io da sé stesso, lo trasforma, non siamo più gli stessi dall’oggi al domani. E poi bisogna ascoltare il proprio corpo, per paradosso un ascolto dell’ “altro” che abbiamo scoperto in noi.

Se l’amore è stato fino ad ora proiezione “ sforzo di identificazione … con un fantasma che con l’altro reale non ha nulla a che vedere” come era per il suo primo amore giovanile, ora la malattia fa compiere una rivoluzione etica copernicana. Essere attenti all’altro, non essere l’altro o “essere altro da sé”. E’ nelle amicizie anche nella solidarietà della malattia che Valerio trova una nuova dimensione – con il suo compagno di classe ritrovato, Emanuele, … - anche nell’amore : quell’intreccio complesso di colpa e identificazione, di amore che colma una mancanza e alimenta una ferita, alla luce della malattia diventano un veleno-Bovary. “dovevo rimanere con Paolo. Solo così la malattia sarebbe  diventata una libertà”. Essere vivi sotto gli occhi dell’altro, solo questo il superamento di ogni ambiguità dell’amore. 

Anche scrivere corre questo rischio: di trasformarci in Bovary, non in Flaubert.

Il moteore dell'Io è il desiderio. non lo si può condannare moralmente, certo, chi non desidera viaggiare, fare cose belle? Valerio alla  luce della possibilità di morire, ad esempio elenca tutte le cose che desiderava fare e non era ancora  riuscito a fare: la vita non vissuta, che però ci porta sempre ad inseguire i nostri desideri pria di tutto. 
La possibilità di non soddisfare tutti i nostri desideri non deve  però diventare un’angoscia tagica, non possiamo subire il ricatto frustrante del desiderio. Qui sta l’elemento chiave e il nucleo morale del un romanzo, ed è la malattia a rivelarlo.  Desiderare è una perdita.  Valerio non è Ulisse. Viaggerà, anche fisicamente,  insieme a Paolo, e non a caso, cercherà con sforzo di volontà di occupare e abitare la vita del presente, la vita  attraverso l’accettazione della vita stessa, questo proprio per l’evidenza che la morte c’è. Ma non ad essere schiavi di un'ansia da accumulo di sé. E allora cede anche il desiderio, in Valerio di scrivere il romanzo  (“a un certo punto smisi di scrivere il mio romanzo “). Il romanzo deve nascere dalla comprensione esatta delle cose, non da una proiezione di un sé irrisolto. Ed è quello che fa il suo narratore, Gardini:  “Una storia si può raccontare solo quando si capisce che la propria condizione non è riducibile a una definizione di vocabolario”. “La vita non vissuta” è forse il romanzo che Valerio avrebbe dovuto scrivere, ma non sappiamo se e come lo scriverà. Di certo il perno della sua vità sarà a quel punto "fare" piuttosto che scrivere di sé.

 Qui si inserisce il senso delle scelte di Valerio con quelle narrative di Gardini: una storia che ha, avrebbe,  in sé tutti i connotati per cavalcarne la tigre dell’emotività, del romanticismo (anche Paolo manifesta drammaticamente i sintomi della malattia) ma anche dell’ambivalenza – si pensi al parallelo sturm und drang tempestoso che ne ha fatto Margaret Mazzantini –  ma pure un ricorso all’autofiction come ha fatto Siti. Gardini non fa nessuna delle due cose. “La vita non vissuta” è un romanzo della malattia, ma attraverso una sottrazione del romanzo ad un facile romanzesco   a favore di una lucidità cristallina che si riflette anche nello stile adottato da Gardini.  ” Il malato deve, a posteriori, inventarsi un destino, proprio come Dante nella Vita Nuova.” Ecco, l’invenzione è, deve essere,  a  posteriori, prendendo atto del nuovo dato reale: emozioni, sentimenti, mutazioni ci sono, ma analizzate con sguardo lucido come un Resoconto dettagliato, un reportage del vissuto banale  –  o referto potremmo  dire, perché di referti e dettagli medici in questo libro è pieno, a dare testimonianza di ciò che è, ciò che è stato. E non è un caso che  dalla coscienza che si fa lucida e informata nascerà la piccola svolta finale per il destino dell’amico Emanuele, anch’egli sieropositivo.

Il resoconto esprime il concreto del fare scelto da Valerio. Un vivere incessante negli attimi del vissuto. “Cercare e perdere la vita ad ogni momento” si dice Valerio alla fine. Ecco, non l’Ecce homo, ma il  “Quod egi” ovvero "quello che ho fatto"  diventerà il motto di Valerio. Concretezza, poiesis che si riprende la sua etimologia: fare.

Questo di Nicola Gardini è un libro da cui ho imparato molto, ho seguito il percorso e la concretezza della vita di Valerio, ho vissuto una vita che non è la mia, ho saputo della sua intimità fisica e delle sue emozioni interiori, conoscendo aspetti della sieropositività che mai avevo saputo. E forse mai avrei immaginato. Invece sono reali. E così il realismo illuminista e civile di Gardini pota il romanzo fuori al romanzesco, attraverso un resoconto di verità. Non ricordo chi fosse, fose Bachtin o Barthes, che aveva detto : un romanzo può essere realista quanto si vuole, ma non sarà mai tale: infatti non si vede Anna karenina quando fa la cacca. Ecco, per certi aspetti, ci sono anche momenti e resoconti minimi, al grado più basso possibile di oggettività nel calvario di Paolo e Valerio con la loro battaglia contro la malattia. Per questo, “la vita non vissuta” è un romanzo che provoca gratitudine, è illuminante oltre che illuminista. La realtà prende corpo in parole chiare e dirette, senza il trucco del patetico. Romanzo civile, non mi viene altra espressione. “ll malato è uno che sa che qualcosa è accaduto; e che lui è la viva espressione di quell’accadimento, ora e per sempre.” Ora lo so anche io, lettore.



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