mercoledì 23 novembre 2016

BUON COMPLEANNO PAUL CELAN

PAUL CELAN nasceva il 23 novembre a Cernauti, una città detta la piccola Vienna oggi in Ucraina il 23 novembre, cioè oggi, del 1920. Poteva esserci nei nostri anni complicati, e  invece scelse d’andarsene e in un Aprile del 1970 a Parigi . Se penso a come poteva essere radiosa la Prigi ad Aprile e proprio in quegli anni – eppure lui vedeva la “luce coatta” di un tempo che non aveva mantenuto la sua promessa – e non poteva, non si ripara la ferita che ha vissuto, personale e storica, uno come Celan.


Oggi che sarebbe il suo possibile 96esimo compleanno - main fondo non è sempre con noi? nella nostra fuga? -  mi piace ricordarlo per una storia di coppia.





Quella con Ingeborg Bachman che c i ha lasciato anche uno splendido carteggio pubblicato da Nottetempo Tra i due un filo spinato sul quale hanno camminato sanguinando come due acrobati dell’impossibile.
Fino dove sono arrivati, quello è il confine dell’esperienza. Poi resta la parola da mandare in avanti, nel tempo a venire: “Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua” avrebbe scritto Paul nel 1958 – ma perché era ancora sul quel filo teso, d’acciaio e di paure – che era la loro relazione. Possibile. 

Raggiungibile è l’altro – o la parola per l’altro. Ma i due erano troppo scavati dal vuoto che la storia aveva preparato per loro, non solo a causa di quello che avevano vissuto, ma anche a causa di quel “dopo” che sarebbe stato un orrore bianco, una trasparenza minacciosa del tempo felice. Quello che Celan aveva visto nella Parigi luminosa del 1970 e che forse sempre aveva visto a Parigi, desiderata, mai trovata patria. Scrive Paul a Ingeborg inquella fine degli anni 50:

 ”Triste ritorno a Parigi: ricerca di una stanza e di essere umani – deludenti l’una e l’altra. Solitudini piene di chiacchiere, liquefatto paesaggio di neve, segreti personali bisbigliati alla gente. In breve, un gioco divertente con ciò che è oscuro, al servizio, si capisce, della letteratura. Talvolta la poesia sembra essere una maschera, che esiste soltanto perchè gli altri di tanto in tanto hanno bisogno di qualcosa  dietro cui nascondere le proprie santificate smorfie quotidiane.”

E Ingeborg risponde

"...La vanità delle aspirazioni – ma sono davvero tali? – intorno a noi, l’industria culturale, della quale adesso anch’io faccio parte, tutto questo disgustoso darsi da fare, i discorsi insolenti, la smania di piacere, l’oggi pieno di sè, – questo ogni giorno mi diventa più estraneo, io ci vivo in mezzo ed è ancora più impressionante vedere gli altri vorticare soddisfatti...”

E poi in un’altra lettera aggiunge..

“… Se oggi mi chiedi quali sono i miei desideri, i  miei veri desideri, mi è difficile trovare immediatamente una risposta, può anche darsi che sia arrivata alla convinzione che non spetta a noi desiderare, che a noi spetta soltanto un determinato lavoro, che qualunque cosa facciamo non serve a nulla..”


Il lavoro  della poesia, con le parole,  resta su quel filo spinato, come pezzi di pelle strappati dai piedi chi poi è caduto.
Atroci bandiere.

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